editoriale del Corriere del Veneto del 12 maggio 2011
Sull’abolizione delle Province, nella forma attuale, non è difficile concordare. Soprattutto se si imposta il dibattito esclusivamente su due questioni: il risparmio e la semplificazione amministrativa. Ma il problema si fa molto più complesso se si introducono serie riflessioni geo-economiche e geo-politiche, vale a dire le complesse questioni del rapporto (a) tra economia e territorio e (b) tra rappresentanza politica e area in cui i cittadini si identificano. Quanto al primo aspetto, sebbene sarebbe opportuno correggere i confini di alcune province, è indubbio che nel Veneto esse costituiscano i bacini di riferimento per molte attività economiche e sociali. Non a caso i giornali – tra cui questo che all’inizio aveva solo pagine regionali – hanno tutti una circolazione o una sezione provinciale. Lo stesso vale per le associazioni di categoria, i sindacati, il sistema dei trasporti e altre numerose realtà che fanno riferimento a territori provinciali.
Basti pensare come alcune province abbiano un nome proprio quale la Marca e il Polesine. Oggi la dimensione provinciale equivale a quella di un’area metropolitana, di un bacino socio-economico integrato. Così che se a un cittadino di Oderzo, trovandosi a Roma, viene chiesto da dove viene, spontaneamente risponderà: “da Treviso”! La cosa non è solo un vezzo irrilevante, ma dimostra il modo in cui i cittadini e le attività economiche si identificano con i territori. E questo è importante poiché le scelte pubbliche e le conseguenti tasse che si pagano devono essere raccolte da chi è legittimato a rappresentare chi paga. Un principio della democrazia è infatti che non ci può essere tassazione senza rappresentanza. Ora si può anche pensare di abolire gli organi rappresentativi di questi territori che operano nella realtà quotidiana, ma si deve sapere la conseguenza potrebbe essere che il dibattito politico su molti temi uscirebbe dalle istituzioni. La speranza è che l’abolizione delle Province favorirebbe un più facile decisionismo amministrativo; l’esito più probabile sarebbe un conflitto permanente e disordinato tra ricorsi alla magistratura, comitati e atteggiamenti alla Robin Hood contro sceriffo di Nottingham, notoriamente delegittimato a raccogliere balzelli.
Quanto al risparmio, inoltre, sarebbe minimo poiché le funzioni continueranno ad essere svolte dai Comuni e dalla Regione, che, come già fa, per esempio, con l’ARPAV e altre agenzie, si articola (indovinate un po’) su base provinciale sulla quale sono anche eletti i consiglieri regionali. Certo, si risparmierebbero alcune indennità di carica, irrilevanti sul bilancio complessivo, ma non certo stipendi e spese amministrative che comunque devono essere sostenute.
Un discorso serio allora non è la populistica abolizione delle province per fare un dispetto a rappresentanti eletti che effettivamente contano poco o niente in quanto hanno competenze residuali e scarsa legittimazione (la legge attuale di elezione dei consiglieri provinciali è ridicola). Si dovrebbe avviare una riflessione, non miserevolmente taccagna e contraria alla rappresentanza politica, su nuovi confini e soprattutto in relazione alle competenze. Alcune di esse potranno essere rafforzate, altre ricondotte a Comuni o Regione. Tutto questo potrebbe diventare anche materia concernente lo Statuto regionale sia nei termini del decentramento sia di sistema elettorale. Ma, al di là dei contenuti specifici, è necessaria una riflessione su area e amministrazione alla luce del nuovo assetto territoriale e delle proposte di area metropolitana veneziana. Perché va bene la sbandierata politica del “fare”, ma piuttosto che fare senza pensare, è meglio non fare.
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