editoriale del Corriere del Veneto del 28 maggio 2011
Ho appena riletto il “Candide” di Voltaire e, come lui, mi sembra di vivere nel migliore dei mondi possibili. Quindi approvo le recenti polemiche tra comitati ambientalisti e organizzazioni industrial-sindacali che difendono gli impianti ad alto impatto ambientale. Il confronto delle opinioni è necessario a creare una dialettica politica che superi l’ormai vuoto antagonismo tra destra e sinistra, e a fare scaturire la soluzione ottimale per ciascuno e per il bene comune.
Ricordo come negli anni settanta criticavamo con passione quel modello di sviluppo che stava trasformando un Veneto povero e agricolo in una delle più ricche regioni d’Europa. Nel 1974, Renato Brunetta affermava che il Veneto era “in via di sottosviluppo”! Decretava che non ci sarebbe stato futuro se non si fosse passati subito da un’economia ad alta intensità di lavoro – spesso “in nero” e sfruttato – a un’economia che puntava su produzioni moderne e su nuove modalità organizzative. Lo stimolo a innovare di Brunetta, e di noi giovani di allora, è stato colto e il Veneto è cresciuto, almeno fino al 2000. Ma questo è avvenuto perché effettivamente la piccola impresa veneta marginale, all’origine del successo, s’è trasformata in quello che noi “illuminati” auspicavamo. Il nostro entusiasmo per il nuovo, anche allora, si scontrava con la resistenza dei vecchi imprenditori i quali difendevano produzioni obsolete, persistevano nello sfruttamento della manodopera e in quel disprezzo per la salute umana che ha provocato migliaia di morti al Petrolchimico, nelle concerie del Chiampo e tra i calzaturieri del Brenta avvelenati da colle cancerogene.
Quindi non mi sorprendo nel vedere come anche oggi emerga una nuova dialettica sia pure non ancora ben definita. L’opposizione di industriali e sindacati alle recenti sentenze del TAR e del Consiglio di Stato, che hanno dato ragione agli ambientalisti, non deve né sorprendere e nemmeno essere giudicata negativamente. È bene che ci sia qualcuno che difenda le vecchie industrie e alcune imprese inquinanti per due motivi. Da una parte, un cambiamento troppo rapido non sarebbe opportuno in quanto creerebbe disoccupazione e squilibri settoriali insostenibili in termini economici e finanziari. Dall’altra, la resistenza contro la nuova economia – più rispettosa dell’ambiente e della salute e, soprattutto, più competitiva in relazione alle risorse umane e naturali della nostra regione – non può che stimolare sia l’identificazione precisa e meditata di un nuovo percorso di sviluppo, sia una solida organizzazione dei soggetti promotori i quali presto si struttureranno su basi politiche, sociali e intellettuali solide. L’alleanza tra imprenditori e i sindacalisti meno brillanti operanti nei settori obsoleti, crederà davvero di potere continuare come nel passato; quelli illuminati, invece, solo apparentemente difenderanno la vecchia industria, ma solo al fine di avere il tempo necessario per smobilitare e cominceranno a organizzarsi per investire nelle risorse davvero disponibili nel Veneto di oggi. Sapranno adattarsi alle nuove condizioni senza imbarcarsi in continui e perdenti conflitti con i cittadini e le normative, spesso di origine europea, che impediscono il saccheggio di un territorio già troppo ferito. Questo farà il bene di tutti.
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