Wednesday, May 4, 2011

REFERENDUM NUCLEARE

editoriale del Corriere del Veneto del 30 aprile 2011

Berlusconi ha chiaramente annunciato che la scelta nucleare dell’Italia è solo temporaneamente accantonata. Il decreto approvato per sospendere la decisione è servito solo a evitare il referendum di giugno. Possiamo quindi essere sicuri che tra un decennio nel Veneto ci sarà una centrale poiché in Italia non c’è posto più adatto per insediarla. Non basteranno le dichiarazioni di Zaia e della Lega – nuclearisti a Roma e ambientalisti sul territorio – per fermare la marcia convinta delle lobby nucleariste che annoverano sostenitori di destra e personalità di sinistra, quali Veronesi, Hack e il fondatore di Legambiente Chicco Testa.

Il ricorso al referendum e la partecipazione diretta dei cittadini alle decisioni non è la soluzione definitiva dei nodi della democrazia. Deleghe e rappresentanza legittime consentono sia una migliore conoscenza delle questioni, sia il funzionamento di un sistema di bilanciamento di poteri e opinioni nel contesto di un ordinamento ispirato al rispetto della legalità. Il referendum diventa necessario quando emerge una discrepanza tra rappresentati e rappresentanti su uno specifico tema. La solennità del referendum dovrebbe superare quella di tutte le istituzioni in quanto il popolo sovrano si esprime direttamente. Non per niente vale il detto “la voce del popolo, è la voce di Dio”. Naturalmente, sia il popolo che Dio possono sbagliare, ma smentirli sarebbe blasfemo ai sensi della Costituzione che gli attribuisce la sovranità.

Purtroppo i referendum sono stati sviliti in passato dai Radicali che ne hanno fatto un uso improprio ed eccessivo, togliendo a essi la solennità richiesta. I poteri rappresentativi ne hanno approfittato per renderli inefficaci.

La scelta nucleare ha sollevato tante proteste per due motivi. Anzitutto, i cittadini, di fronte a un rischio così arcano e catastrofico, non si sentono di delegare alle istituzioni la decisione. I referendum si chiedono quando le istituzioni rappresentative che non riscuotono fiducia. E, oggi, come potrebbe essere diversamente? Come fidarsi di una magistratura accusata persino di brigatismo? Di un Presidente del Consiglio sottoposto a mille processi? O di parlamentari e membri del governo invischiati in centinaia di scandali, eletti per mezzo di una legge elettorale vergognosa? Infine del mancato rispetto per l’istituzione referendaria che non è inferiore alle altre? Affidarsi al referendum è un tentativo disperato, ma ancora democratico, di scavalcare rappresentanti che non rappresentano.

In secondo luogo, il nucleare non è un rischio tecnologico come un altro. Include considerazioni morali sulla trasformazioni della materia, sui diritti della generazioni future, su un modello diverso di economia, sulla possibilità, per quanto remota, di eventi catastrofici. Sono atteggiamenti emotivi piuttosto che di controverse verità scientifiche o economiche. Per questo la scelta nucleare è un tema etico per cui il referendum avrebbe più senso che su altre questioni per le quali un dibattito serio e non strumentalizzato da lobby in sedi istituzionali credibili sarebbe la miglior cosa. Mancando istituzioni credibili, non ci si può che affidare a Dio, cioè al popolo che esprime la sua voce. Sul nucleare vale la pena ascoltare la coscienza piuttosto che una scienza asservita ai potentati; il referendum, chiamando tutti a esprimersi, è uno strumento utile. Anzi, l’unico che in questo momento abbiamo, di cui, con tutti i limiti, ci possiamo (dobbiamo) ancora fidare.

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